sabato 23 novembre 2013

Vino giapponese


E dopo la birra giapponese ecco il vino giapponese.
Chateau Mercian, blend di Merlot (55%) e Muscat Bailey A (45%), non eccessivo nel prezzo (2000 yen circa), preso perché vedendolo non filtrato ho pensato di poter trovare finalmente un vino giapponese rosso di un certo volume.
Sono soddisfatto solo a metà: aromaticamente non è male, un po' caffettato e vanigliato, con note di frutta rossa, cannella, rosa. Ha anche un che di "verde", di vegetale, ma non spiacevole.
In bocca ha una acidità sostenuta (come praticamente tutti i rossi giapponesi), ma anche una sua pesantezza. Dove pecca è nei tannini, troppo magri, sottili direi, per cui la persistenza in bocca è limitata. Dopo ingoiato in gola resta una curiosa piccantezza che però non attribuirei all'alcol (12,5 gradi, nella norma).

Decente eh, forse uno dei migliori vini locali bevuti sinora, ma nondimeno manca ancora qualcosa. O forse pretendo troppo mah.

sabato 2 novembre 2013

Fiori di arancio e manici di scopa

Apprendiamo con circa 5 mesi di ritardo, cioè la nostra consueta puntualità, da un post sul suo blog che la presidentessa onoraria del Mainichi Tonari Shinbun l'inarrivabile, insuperabile, incommensurabile Nakanishi Rina

OOOOOOLEEEEEEEE'

si è SPOSATA! Aaaah adesso capisco perché ha deciso di appendere la patata al chiodo.Vabbé le facciamo i nostri migliori auguri, speriamo che la sorella abbia una carriera (porno) più lunga e altrettanto fulgida

le premesse ci sono
  (che poi proprio tra parentesi mi chiedo: ma come sarà nata sta cosa? Cioè Rina avrà detto alla sorella "oh ti va di fare un pornazzo? No perché il regista ti ha puntato e così cosà..." Oppure sarà stata la sorella a domandarle "oh ma come si sta a darla via come se fossero volantini? No perché c'avrei questa voglia..." E Rina l'avrà accompagnata al provino, da svolgersi rigorosamente in una piccola stanzetta su un divano in pelle nera? E soprattutto hanno altre sorelle??).


Peggio che andar di notte per la strada per Oz


Eccoci alla consueta (?) e aperiodica recensione dei libri di Baum su Oz.
Qui, quiqui le puntate precedenti.
Riassumiamo brevemente la storia.
Il Mago di Oz è un classico, lo conosciamo tutti e amen. Immortalato in film e serie tv, parodiato e rifatto in tutte le salse, si presta persino a interpretazioni simboliche, sociologiche e allegoriche. Niente da dire.
Poi viene The Wonderful Land of Oz, dove Baum cerca di mischiare un po' le carte, lascia da parte Dorothy e il Leone Codardo per introdurre una storia tutta "made in Oz", con nuovi e vecchi personaggi: il risultato non è all'altezza e il libro si rivela mediocre, pur lasciandoci due personaggi dalle buone potenzialità, il Woggle-Bug e il Saw-Horse.
Il terzo libro non è bruttissimo (sempre mediocre, ma meglio del secondo): introduce gli Wheelers, Langwidere e il re degli gnomi (l'unico cattivo decente dopo la sfortunata dipartita della Strega dell'Ovest), tutte figure interessanti. Purtroppo soffre del paragone col grandissimo film della Disney e dalla presenza ormai troppo palese di clamorosi deus ex machina che smosciano la storia proprio quando potrebbe decollare.
E arriviamo a Dorothy and the Wizard in Oz. Qui la noia comincia a regnare sovrana, la tensione è ai minimi storici, non c'è ormai alcun dubbio che tutto andrà bene e neanche per un momento si riesce a stare col fiato sospeso per le sorti della banda. Si salva dall'insufficienza grazie ai popoli interessanti che il nostro Baum ci presenta, i Mangaboos e i Gargoyle su tutti, e ai mitici Jim e Eureka, duo poco propenso allo stomachevole politically correct degli oziani (come non capirli).
Comunque mediocre anche questo.

Ma al peggio non c'è mai limite e Road to Oz è qui a dimostrarcelo.
Il riassunto in una riga: Dorothy comincia a camminare per una strada e arriva a Oz. Fine.
Nelle storie precendenti almeno abbiamo un evento iniziale, uno shock (il tornado, il naufragio o un terremoto) che giustificano il passaggio a un altro mondo. Qui non c'è nulla. Dorothy incontra lo Shaggy Man, si incamminano per una strada a caso, tirano su altri due derelitti (il bambino mezzo rinco Button-Bright e Polychrome, la figlia dell'arcobaleno), attraversano la città delle volpi e quella degli asini. Hanno un attimo di crisi quando beccano gli Scoddlers, poi passano l'insuperabile (occhiolino) deserto che circonda la terra di Oz e arrivano infine dai Gillikin e poi alla Città di Smeraldo. Qui Ozma di Oz ha organizzato la sua festa di compleanno, grandi scene, nuovi e vecchi amici, parate, se magna, se beve, se sta in compagnia.
Se nei libri precedenti c'era qualche conflitto, qualche contrasto, per quanto risolto tramite i più biechi deus ex machina, Road to Oz è una semplice parata dal punto A al punto B. Solo gli Scoddlers, esseri bifronti che lanciano le proprie teste per stordire i nemici e mangiarseli, danno il brivido di uno scontro, ma la cosa si risolve in fretta e senza danni. I comprimari sono tra i peggiori della serie fino a ora. Sia Polychrome che Button-Bright non aggiungono nulla alla storia. La prima è carina carina, ma tanto carina, balla sempre e mangia goccie di rugiada. Ma è tanto carina. Ho già detto che è carina?

E si droga
Button-Bright povero ha qualche ritardo mentale che lo porta a rispondere "Non lo so." a ogni domanda gli venga fatta. Personaggio completamente inutile.


E arriviamo allo Shaggy Man, l'Uomo Ispido, nome dovuto al suo look sempre arruffato.
Ecco lui è l'unico lontanamente simile a un personaggio decente, all'inizio ha anzi un'aria inquietante. Attacca bottone con Dorothy per strada e le chiede di accompagnarlo per un tratto di strada, Dorothy non ha nessuna remora a fare due passi con lui anche perché lo Shaggy Man possiede il magnete dell'amore, un talismano che porta chiunque lo incontri ad amarlo.

SCAPPA DOROTHY!
Un vecchio maniaco stupratore pedofilo? Sì, buonanotte. Arrivato a Oz e ospite di Ozma con gli altri, rifletterà un po' sulla sua vita e deciderà di fermarsi. Lo ritroveremo in molte opere successive.

Ogni persona è buona a Oz, ogni cosa giusta, ogni amico è "il più caro che avessero mai incontrato", ogni fanciulla è la più bella. Non c'è il minimo mordente e l'impressione è quella che Baum fosse ormai stanco di tutta la baracca e volesse muoversi a progetti diversi, ma, costretto per motivi editoriali ad andare avanti con la manfrina, abbia approfittato della situazione per infilare qua e là personaggi di altre sue opere. Al banchetto di Ozma infatti fanno la loro comparsa anche la regina Zixi di Ix, John Dough e Santa Claus (sigh), tutti personaggi di altre opere di Baum oscurati dalla fama di Oz. Nell'introduzione lo stesso autore ci informa di averne le palle piene aver ricevuto un urgente dispaccio dalla Città di Smeraldo:

Since this book was written I have received some very remarkable News from The Land of Oz, which has greatly astonished me. I believe it will astonish you, too, my dears, when you hear it. But it is such a long and exciting story that it must be saved for another book—and perhaps that book will be the last story that will ever be told about the Land of Oz.
 
Sì certo, l'ultima storia
In tutto ciò tre parti mi hanno strappato un mezzo sorriso. Due sono freddure un po' tristi di quelle che adoro (i giapponesi le chiamano oyaji gyagu, "battute da vecchio").
La prima è nel dialogo tra Dorothy e lo Shaggy Man, quando i due si perdono nell'intrico di strade apparse improvvisamente in quello che credevano essere il Kansas.
"These roads are all strange—and what a lot of them there are! Where do you suppose they all go to?"
"Roads," observed the shaggy man, "don't go anywhere. They stay in one place, so folks can walk on them."
La seconda vede lo Shaggy Man alle prese con Dox, il re delle volpi.
"So—so," said the King, looking at them keenly. "What brought you here, strangers?"
"Our legs, may it please your Royal Hairiness," replied the shaggy man.
 Ba dum tss! Poi nella parte finale, durante la parata per il compleanno di Ozma
Another band followed, this time the Tin Band of the Emperor of the Winkies, playing a beautiful march called, "There's No Plate Like Tin."
che è una palese parodia di "There's no place like home." del primo libro.
 A parte ciò tutto il resto è da dimenticare. La tensione è così bassa che non si riesce neanche a odiare i soliti odiosi. Sono arrivato alla fine da una parte perché il libro è molto breve, dall'altra perché spero sempre che tutti questi racconti siano come una lunga introduzione, la fase preparatoria di un grande disegno pronto a fiorire nelle successive opere di Baum.

Ma forse mi illudo.

giovedì 31 ottobre 2013

La birra di Akashi!


Dai migliori mastri birrai del Kansai occidentale!
Comprata in un supermarket di quelli stilosi tipo Ikari vicino alla stazione di Akashi.
Devo ammettere che non me la aspettavo nera e così densa, non è né filtrata né pastorizzata. C'è da dire che si fan pure pagare eh! 450 yen per 330ml li morté, praticamente quanto una birra europea importata.
Ma sono soddisfatto, aromi tostati e caramellati, di corpo, ma non pesante come la Guinness (che non apprezzo molto).
L'etichetta tra parentesi ritrae il planetario di Akashi, una delle maggiori attrazioni di questa ridente cittadina. Ce ne sono altri tipi al negozio di cui sopra, prossimamente le proverò.

giovedì 24 ottobre 2013

Il soba-udon di Shinagawa

Rieccomi! Terzo post nel giro di due mesi?? Incredibile! La mia tattica di allontanare più persone possibili per ricominciare veramente a parlare di cazzi miei rischia di fallire. Ma non importa.

Lo scorso fine settimana sono stato a Tokyo per un esame sul vino tedesco (il mio passatempo è prendere i certificati più strambi). Negli anni ho perso i contatti con quasi tutti gli edokiani, giapponesi e gaijin, conosciuti durante la Keio e avendo anche moglie e figlia al seguito non ho rispolverato le amicizie ormai sopite. Lunedì serà, sulla via per Haneda, sono passato anche davanti a Tamachi, sede del Mita Campus keiota e culla di tanti ricordi, e per un attimo mi è balzata l'idea di fare un breve salto, così, per respirarne di nuovo l'aria. Tuttavia ho desistito: gli anni son passati, l'università è stata rimessa nuovo, le persone non sono più le stesse. Che senso ha? mi sono detto.
Dovendo cambiare a Shinagawa mi sono però concesso una brevissima deviazione (10 metri) per vedere il vecchio locale di soba e udon dove mi rifocillavo la mattina prima di andare a lezione. Ne avevo parlato sia nel Mainichi 1 (nel 2006) che nel 2 (nel 2008) e vi linkerei i post, ma al momento il sito (hostato da iobloggo.com) appare irraggiungibile... speriamo di non aver perso tutto.

Il soba-udon di Shinagawa non c'è più. La sua aria asfissiante,  i suoi salaryman sudati, il vapore del soba caldo, l'andirivieni, gli irasshaimase delle vecchie cameriere (mi pare ci fosse anche qualche bella patata, ma il ricordo è molto confuso). Non c'è rimasto nulla.
Al suo posto una triste farmacia, fredde luci a illuminare scaffali di medicinali, erbe cinesi, preservativi, pillolame assortito.
Ho sentito un po' di amarezza, il sapore del niku-soba scivolare via dai miei ricordi. Il passato. Il 2005. Quei luoghi, quei tempi, le persone che frequentavo addirittura (alcune delle quali all'epoca importanti come la mia stessa vita) non esistono più. Non come allora.
Da allora sono nati e tramontati nuovi miti, nuove storie, il Tea's Park di Takasago, il motorino (sniff) e i miei giri in sella nella notte solo coi miei pensieri, l'ijinkan di Kobe teatro di varie tragicommedie amorose. E oggi?
A oggi ho di nuovo cambiato lavoro (da Osaka a Kobe) e mi sono trasferito da Izumiootsu ad Akashi.
Izumiootsu, che bella merda di città. Strade enormi, nessuna conoscenza, limitata possibilità di spostarsi. Un dormitorio praticamente. Non ho la minima nostalgia per quel postaccio.
Akashi invece promette bene. Le vecchie amicizie kansaiote sono più vicine, ma soprattutto ho il mare a 10 minuti di corsa da casa, il mare vero con la spiaggia. Non è una spiaggia fenomenale, siamo in Giappone non ai tropici, ma la prima volta che ci sono arrivato mi sono commosso. Erano anni che non camminavo sulla sabbia. Ci sono capitato al tramonto, a fine settembre. L'atmosfera era ovattata, gruppi di persone salutavano l'estate con generosi barbecue, alcuni temerari impennavano sulle moto d'acqua.
Allora stasera, mentre rimuginavo di ritorno dal lavoro, ho pensato al tempio di Suma, a Sannomiya, al castello di Himeji, a Tetsujin 28go, a tutti quei posti che mi piacciono e che ho ancora a portata di mano. E a quelli che devo ancora scoprire.

E mi sono detto che c'è ancora molto da vivere.


venerdì 20 settembre 2013

Giappohaters: come e peggio dei Giappominkia

Quella del giappominkia, ammettiamolo, è una fase che abbiamo passato più meno tutti noi appassionati o ex appassionati del Giappone. Di solito accade in giovinezza, quando sei ingenuo e meravigliato da questo strano e affascinante mondo. Poi si cresce, l'interesse cala e ci si allontana, oppure ci si avvicina troppo, le aspettative vengono deluse e si affronta il Giappone vero, con tutti gli alti e i bassi della vita, gli aspetti positivi e quelli negativi.
Per questo non riesco a odiare del tutto i giappominkia: dopotutto ero uno di loro.

Con gli anni, e man mano che i delusi nei confronti del Giappone crescevano, l'intaanetto, ma soprattutto Facebook, ha cominciato a essere infestato da una genìa speculare a questa, ma altrettanto nociva: i giappohaters.
Per i giappohaters va tutto male: si lamentano del tempo, dell'economia, degli abitanti, dei treni (mah), della politica, delle Olimpiadi del 2020 in Giappone che porteranno il Paese alla rovina, delle donne con le tette troppo piccole, degli uomini col pisello troppo piccolo, di Tokyo, Osaka, dei manga, dei drama, della televisione, del cibo, del (inserire argomento a piacere) e ooooh ma quanto si sta meglio in Italia e ooooh ma quanto si sta meglio in Europa e ooooh ma quanto si sta meglio in qualunque altro posto di cui non ho la minima conoscenza ma le foto su internet sono così belle. Gente capace di scandalizzarsi se una volta nessuno si siede accanto a loro in treno, delirando su "micro-aggressions" (la tesi di Arudou Debito anche nota come "coda di paglia") e commettendo delle "macro-aggressions" ai testicoli della gente normale. Ed è tutta gente che vive in Giappone, avvolta dalla sacrale aura del "ma io ne so". E' anche gente che nella maggior parte dei casi insegna italiano e sta qui col visto matrimoniale, persone dunque che in Italia non sopravviverebbero e in altri Paesi sarebbero prese a pernacchie e costrette a tornare a casa in quattro e quattr'otto.

Di critiche al Giappone, specie nel Mainichi 3, ne ho rivolte molte. C'è stato un periodo in particolare, credo fosse il 2009 o giù di lì, in cui ero particolarmente feroce. Poi però ho smesso per un semplice motivo: avevo scelto io di vivere in Giappone. Per cui un giorno ho consapevolmente deciso che finché non me ne fossi andato in un altro Paese avrei trattenuto la rabbia e l'avrei incanalata allo scopo di andare via.
Non fraintendetemi criticare è legittimo. Lo faccio anche io e ci mancherebbe. Chi ribatte "Se non ti piace il Giappone vattene" è un povero ingenuo. Non tutti sono liberi di andarsene, se non si ha famiglia magari, ma con una moglie e dei bambini lo spostamento diventa complicato, richiede tempo. Chi afferma "Sei un ospite qui, non sputare nel piatto dove mangi" sta delirando. Sono "ospite" qui come lo sarei in una casa dove pago l'affitto. Dal Giappone non sto solo prendendo, ma sto pure dando, in termini di tasse e lavoro.
Rispetto la scelta di alcuni blogger come Luca di Giappo Pazzie di dare un taglio critico ai loro post. Ci vuole perché no, sono anche utili. Non è il mio stile, ma lo rispetto. O Albino che ne aveva le palle piene e molto coerentemente se ne è andato e si fa ogni mese il suo viaggetto a Tokyo.

Ma penso anche un'altra cosa: chi arriva e si ferma in Giappone non è qui per caso. Spesso per arrivarci ha lottato duramente. Ha convenienza nel restare qui, cioè vive meglio qui di come vivrebbe altrove, oppure è impossibilitato ad andarsene. Se è impossibilitato ad andarsene è perché a un certo punto della sua vita ha deciso di sposarsi qui e magari fare dei figli. In entrambi casi è una vita che CI SI E' COSTRUITI DA SE'.
E ora guarda caso si trova a non potersi muovere, ad accumulare frustrazione su frustrazione e a sfrangere i maroni a chi invece lotta tutti i giorni, ma alla fin fine è consapevole che c'è di peggio. Anzi questi ultimi, quando cercano di buttare acqua sul fuoco delle loro lagne, vengono pure accusati di essere insensibili, di non voler vedere. A mio avviso invece sarebbe anche il caso che chi è causa del SUO MAL, pianga UN PO' SE' STESSO invece di frullare i nostri (miei) maroni.

Spaccapalle del genere sono in tutto il mondo. Scommetto che in Germania, in Francia, negli USA è pieno di gente del genere. Ce n'erano perfino in Nuova Zelanda (che ha la sua bella dose di assurdità, tipo il divieto assoluto di vendere alcol nei festivi).
Grazie al cielo non sono costretto a frequentarli e infatti cancellarmi dai gruppi in cui imperversano è stato semplice e indolore (mi dispiace per l'altra gente normale, ma amen).

sabato 7 settembre 2013

Lo Hobbit - una cagata inaspettata


Intorno al 2005, poco prima di partire per la Keio, mio fratello venne a trovarmi a Mestre.
Di sera uscimmo per farci un giro a Venezia e ci fermammo Ae Oche, in Campo San Giacomo dall'Orio. Scrutando il menu l'occhio ci si fermò su una particolare pizza, la MANGIAFUOCO, un concentrato di peperonino, paprika, tabasco e salamino piccante.
Noi, da bravi cazzoni abituati alla cucina meridionale, non avemmo induggi: tzé, piccante ma và... dai qua, oste della malora!
Posta la prima fetta in bocca ci accorgemmo però che il nome non era casuale: un festival di fuoco si stava svolgendo nella nostra bocca, passando in gola per poi continuare a bussare nello stomaco. Lacrime copiose ci scendevano dalle guance, mentre ci sforzavamo di sorridere nonostante la lava fluisse copiosa.
Ma il peggio avvenne il giorno successivo, quando la sveglia mattutina ci regalò una sciolta de dio, costringendoci a turno a soffrire sul water del cesso: il piombo fuso che avevamo ingoiato stava scorrendo via dall'uscita posteriore e la mangiafuoco ci stava presentando un conto salato, anzi piccante. Mio fratello ritardò la sua partenza (stava andando in Slovenia), io lo pregai di uscire dal cesso perché mi ero ritrovato Satana nell'intestino e dovevo effettuare un esorcismo.
Alla fine tra altre lacrime e sospiri il male venne nuovamente cacciato e bandito dal Buco di Mezzo, ma i nostri eroi giurarono di non sfidare più l'ira di Sauron Mangiafuoco.

E' questa più o meno la sensazione provata alla fine di Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato, una delusione tanto più forte quanto grandi erano le aspettative prima del suo inizio. Così forte da spingermi a scrivere su un blog che non aggiorno da eoni! Che potenza!
E la rete al contrario pulula di pareri entusiastici, mah!
Io dico: perché non chiamare questo film "Il Signore degli Anelli - il prologo"? Questo film non è Lo Hobbit, non c'è nulla dello spirito del libro, nulla. L'ironica e fiabesca storia scritta da Tolkien viene presa e trasformata in un show al testosterone, CGI sparata a palla, personaggi inventati, situazioni stravolte.
Di solito sono molto clemente coi film tratti dai libri. Nel Signore degli anelli ho perdonato a Peter Jackson l'assenza di Tom Bombadil, meno quella di Glorfindel, ma dici vabbé ci voleva lo storione d'amore. In generale un film può durare al massimo tre ore e capisco le difficoltà dello sceneggiatore nell'adattamento. Ma qui abbiamo uno scritto di sì e no quattrocento pagine spalmato su TRE FILM, di quasi tre ore l'una, strabordante di scene ridondanti e assurde che somigliano all'originale quanto Robocop somigliava a Alex J. Murphy. La fiera della commercialità (ai danni di gente ben disposta ad aprire il portafogli, mah contenti loro).


Ma vaffanculo!!! Ma che è Narnia?! Radagast il fattone! Ma che c'entra! E sì che il film l'ho noleggiato da Tsutaya a metà prezzo (170 yen)! E meno male che non sono andato al cinema! Ma che puttanata è?!? Per non parlare della ridicola scena dei troll! Minchia non ero così incazzato dai tempi di Kingdom Hearts - Chain of memories!
Se uno vuole prendersi licenze simili (non una ho due scene tagliate, non un personaggio cambiato, intere parti inventate di sana pianta) fa una cosa: prende il nome del romanzo, ci si pulisce il culo, lo stropiccia e lo butta via. Al suo posto ci mette "Il Signore degli Anelli 1/2 - parte 1".
No sta cagata.

ENORME. DELUSIONE.

PS: ecco la recensione di uno che ha capito
http://www.bestmovie.it/recensioni/lo-hobbit-un-viaggio-inaspettato-la-recensione-di-gabriele-ferrari/192035/
Deliranti i commenti.

sabato 2 febbraio 2013

Minami Minegishi ovvero ma si può essere più coglioni


E così per essersi fatta un giro con un misconosciuto tipo (pare uno spaventapassero di un gruppo legato agli Exile) Minami Minegishi è stata messa alla porta dal management AKB. Lacrime e sangue e testa rapata a zero e gogna pubblica e visione ininterrotta per una settimana della Corazzata Potemkin in cinese con sottotitoli in coreano.

Ma bbbafangule.

E il bello è che un'altra maialina (Sashihara Rino) per uno "scandalo" simile si era fatta il suo piangetto per poi tornare tranquilla all'ovile (dalle AKB al loro corrispondente di Kyushu, le HKT, ma sempre in testa nei video del gruppo madre).


Ma quello che vorrei dire a queste ragazze lo potete immaginare: seguite il fulgido esempio di Nakanishi Rina!

Che se la ride alla facciazza vostra


Stima completa per questa donna e per sua sorella, anche lei nel business.

Yamaguchi Riko e Yamaguchi Riku
Anche se in realtà, per nostra grande tristezza, si sono ritirate entrambe l'anno scorso.

Piangiamo :( Bella però l'idea del box celebrativo con 10 ore di pornazzi delle due
Da allora non sono riuscito a trovare altre loro notizie anche se ho un lieve sospetto.


Ora, per aggiungere ancora due parole sulla questione Minegishi, c'è gente che considera inumana la voce del contratto delle AKB in cui comanda ai membri l'assoluta castità. Potrei anche essere d'accordo, ma sarebbe anche compito dell'interessata denunciare la cosa e portare il management davanti a un tribunale se volesse andare in fondo alla cosa. Voglio dire soldi non le mancano e non ha una famiglia da mantenere, per cui perdere il lavoro non sarebbe certo una tragedia. Ovviamente poi verrebbe ostracizzata dal mondo dello spettacolo "che conta".

Un prezzo forse troppo grande per una ventenne abituata a essere sulla cresta dell'onda e a condurre una vita principesca.

martedì 29 gennaio 2013

Il 2012 enologico (prima puntata)

Il 2012 è stato un anno altamente enologico, non che in quelli precedenti il vino fosse mancato, ma le cose si sono fatte serie a partire da circa 12 mesi fa.
Più o meno da marzo, a corso inoltrato, ho iniziato a tenere un mio piccolo quadernetto dello sbevazzone, dove annoto impressioni e sensazioni organolettiche dei vini provati. Involontariamente questo è diventato una sorta di diario del 2012 e ultimamente lo sfoglio con piacere per ricordare luoghi e momenti in cui ho avuto davanti un certo bicchiere.

Maison Vauron


 Prima voce dello sbevazzone: Maison Vauron è un locale francese di Auckland, al piano terra vende pane, formaggi e altre ghiottonerie importate dalla Francia, al primo ha una vasta gamma di vini per tutte le tasche, dal Beaujolais a 10 dollari al Sauternes a 1000. Qui sono stato due volte, una con la scuola e una privatamente con alcuni compagni di classe perché oltre a comprare è possibile sedersi a un tavolo, prendersi qualche bottiglia e consumarla insieme alle specialità vendute al piano terra. Aaaah che grande magnata, i vini erano un Sancerre, un Côte de Brouilly (Beaujolais) e qualcosa altro che ancora non ho segnato, troppo impegnato a ingurgitare baguette, roquefort e comté.
Certo l'Italia non ha nulla da invidiare anzi, ma la cosa mi fa al contrario incazzare: perché non esiste un posto simile a tema italiano in tutta Auckland (? Al primo piano vini da ogni regione, al piano terra salami, formaggi, pane, olio. La gente si sceglie il vino con calma e se lo beve in un'atmosfera rilassata. Perché ci facciamo passare davanti?
Comunque da parte mia rispetto per i nostri cugini d'oltralpe.

Domaine de Pennautier 2010 (Carcassone)
Un rosé di Languedoc senza infamia bilanciato nell'acidità da un lieve residuo zuccherino, ma un po' carente a livello di alcol. Lo cito per presentare un altro locale di Auckland in cui sono tornato spesso, Vivace, in High Street. Un altro livello rispetto a Maison Vauron, ma con una discreta scelta di vini e la possibilità di ordinare piccoli assaggi per interessanti degustazioni comparate in compagnia. Con questo Pennautier però eravamo già alla fine del corso, non c'è data, ma forse avevo anche finito l'esame e stavo preparando armi e bagagli per Marlborough.

Spirit of Marlborough 2002


 Blend di Merlot e Cabernet bevuto nella stessa cantina dove viene prodotto, Herzog a Blenheim. Provato quando con una mia amica cinese e suo marito ci ritrovammo in questa ridente cittadina (loro provenienti da Christchurch in macchina, io da Auckland in aereo). Un vino che mi ha decisamente impressionato per la sua vivacità, a dieci anni dalla vendemmia. Pieno di corpo e tannini, alcolico, acidità spiccata: un vino che mostra i primi segni di maturità, ma può invecchiare ancora a lungo. C'è da dire che lo pagammo anche parecchio (tipo un'ottantina di dollari o qualcosa del genere).

Zest Café
Il mitico bar di Blenheim gestito da Doug, ufficiale della marina australiana in pensione. Qui ricordo due Gewurztraminer non particolarmente impressionanti (Forrest Estate e Mud House), ma coi quali attaccai bottone col suddetto Doug che poi mi invitò per una gita sul suo biposto sopra le valli di Blenheim e Seddon, forse l'esperienza migliore di tutta la mia permanenza.
Dicevamo i Gewurtz: entrambi 2009, Forrest Estate un po' "strano", con un sospetto odore di acetaldeide che mi fece pensare a una permanenza in bottiglia un po' troppo lunga; Mud House già meglio, un po' più fruttato e fresco. Sottolineo però che non sono un grande fan di questo vitigno.
Ancora chiara nella mia mente la canzone che passava nel locale in quei momenti.



Ancora Zest (minchia quanto bevvi quella settimana)
Wishart Estate Winery Camaraderie Dessert Merlot Rouge (non-vintage): a questo punto stavo già a casa di Doug (non casa sua, una che affitta in nero a backpackers e affini). Trattasi di stamberga degli anni venti prossima alla demolizione anche detta "Il castello degli Spifferi", per il freddo polare che faceva nell'ormai inoltrato autunno neozelandese. Doug mi prestò pure una stufa a gas, ma avevo troppo timore a tenerla accesa di notte per cui la mattina mi svegliavo coi pinguini che passavano vicino al letto.
Tutto ciò per dire che nella pagina di questo vino trovo anche la seguente nota: "Today I have a fucking cold". Cold che però non mi impedì di gustarmi questo simil-Porto da Hawke's Bay, dagli aromi un po' di ciliegia nera e uva passita, soffice nei tannini, amabile, ma bilanciato da una interessante acidità.

Downunder Bar&Café
Bar dell'aeroporto di Auckland, sulla via del ritorno in Giappone. Qui ordinai un Mt. Difficulty Target Gully Riesling 2011 (Central Otago) e un Villa Maria Private Bin Syrah 2010 (Hawke's Bay). Premetto che avevo ancora i postumi del raffreddore a cui ho accennato sopra, ma non mi impressionò nessuno dei due. Il primo dopotutto onesto, abboccato ma fresco, più fruttato che altro, non cattivo, ma simile a altri milioni di Riesling neozelandesi; il secondo ricco di corpo, un po' di spezie e frutta rossa, ma con uno spiacevole retrogusto verde in bocca.
Quella notte poi mi fermai all'aeroporto, nella zona panoramica. Per passare il tempo mi collegai a internet per ascoltare Sambenedettese-Ancona, play-off Serie D. Finì 1-0, sfumati i sogni di gloria anconetani.