sabato 23 novembre 2013

Vino giapponese


E dopo la birra giapponese ecco il vino giapponese.
Chateau Mercian, blend di Merlot (55%) e Muscat Bailey A (45%), non eccessivo nel prezzo (2000 yen circa), preso perché vedendolo non filtrato ho pensato di poter trovare finalmente un vino giapponese rosso di un certo volume.
Sono soddisfatto solo a metà: aromaticamente non è male, un po' caffettato e vanigliato, con note di frutta rossa, cannella, rosa. Ha anche un che di "verde", di vegetale, ma non spiacevole.
In bocca ha una acidità sostenuta (come praticamente tutti i rossi giapponesi), ma anche una sua pesantezza. Dove pecca è nei tannini, troppo magri, sottili direi, per cui la persistenza in bocca è limitata. Dopo ingoiato in gola resta una curiosa piccantezza che però non attribuirei all'alcol (12,5 gradi, nella norma).

Decente eh, forse uno dei migliori vini locali bevuti sinora, ma nondimeno manca ancora qualcosa. O forse pretendo troppo mah.

sabato 2 novembre 2013

Fiori di arancio e manici di scopa

Apprendiamo con circa 5 mesi di ritardo, cioè la nostra consueta puntualità, da un post sul suo blog che la presidentessa onoraria del Mainichi Tonari Shinbun l'inarrivabile, insuperabile, incommensurabile Nakanishi Rina

OOOOOOLEEEEEEEE'

si è SPOSATA! Aaaah adesso capisco perché ha deciso di appendere la patata al chiodo.Vabbé le facciamo i nostri migliori auguri, speriamo che la sorella abbia una carriera (porno) più lunga e altrettanto fulgida

le premesse ci sono
  (che poi proprio tra parentesi mi chiedo: ma come sarà nata sta cosa? Cioè Rina avrà detto alla sorella "oh ti va di fare un pornazzo? No perché il regista ti ha puntato e così cosà..." Oppure sarà stata la sorella a domandarle "oh ma come si sta a darla via come se fossero volantini? No perché c'avrei questa voglia..." E Rina l'avrà accompagnata al provino, da svolgersi rigorosamente in una piccola stanzetta su un divano in pelle nera? E soprattutto hanno altre sorelle??).


Peggio che andar di notte per la strada per Oz


Eccoci alla consueta (?) e aperiodica recensione dei libri di Baum su Oz.
Qui, quiqui le puntate precedenti.
Riassumiamo brevemente la storia.
Il Mago di Oz è un classico, lo conosciamo tutti e amen. Immortalato in film e serie tv, parodiato e rifatto in tutte le salse, si presta persino a interpretazioni simboliche, sociologiche e allegoriche. Niente da dire.
Poi viene The Wonderful Land of Oz, dove Baum cerca di mischiare un po' le carte, lascia da parte Dorothy e il Leone Codardo per introdurre una storia tutta "made in Oz", con nuovi e vecchi personaggi: il risultato non è all'altezza e il libro si rivela mediocre, pur lasciandoci due personaggi dalle buone potenzialità, il Woggle-Bug e il Saw-Horse.
Il terzo libro non è bruttissimo (sempre mediocre, ma meglio del secondo): introduce gli Wheelers, Langwidere e il re degli gnomi (l'unico cattivo decente dopo la sfortunata dipartita della Strega dell'Ovest), tutte figure interessanti. Purtroppo soffre del paragone col grandissimo film della Disney e dalla presenza ormai troppo palese di clamorosi deus ex machina che smosciano la storia proprio quando potrebbe decollare.
E arriviamo a Dorothy and the Wizard in Oz. Qui la noia comincia a regnare sovrana, la tensione è ai minimi storici, non c'è ormai alcun dubbio che tutto andrà bene e neanche per un momento si riesce a stare col fiato sospeso per le sorti della banda. Si salva dall'insufficienza grazie ai popoli interessanti che il nostro Baum ci presenta, i Mangaboos e i Gargoyle su tutti, e ai mitici Jim e Eureka, duo poco propenso allo stomachevole politically correct degli oziani (come non capirli).
Comunque mediocre anche questo.

Ma al peggio non c'è mai limite e Road to Oz è qui a dimostrarcelo.
Il riassunto in una riga: Dorothy comincia a camminare per una strada e arriva a Oz. Fine.
Nelle storie precendenti almeno abbiamo un evento iniziale, uno shock (il tornado, il naufragio o un terremoto) che giustificano il passaggio a un altro mondo. Qui non c'è nulla. Dorothy incontra lo Shaggy Man, si incamminano per una strada a caso, tirano su altri due derelitti (il bambino mezzo rinco Button-Bright e Polychrome, la figlia dell'arcobaleno), attraversano la città delle volpi e quella degli asini. Hanno un attimo di crisi quando beccano gli Scoddlers, poi passano l'insuperabile (occhiolino) deserto che circonda la terra di Oz e arrivano infine dai Gillikin e poi alla Città di Smeraldo. Qui Ozma di Oz ha organizzato la sua festa di compleanno, grandi scene, nuovi e vecchi amici, parate, se magna, se beve, se sta in compagnia.
Se nei libri precedenti c'era qualche conflitto, qualche contrasto, per quanto risolto tramite i più biechi deus ex machina, Road to Oz è una semplice parata dal punto A al punto B. Solo gli Scoddlers, esseri bifronti che lanciano le proprie teste per stordire i nemici e mangiarseli, danno il brivido di uno scontro, ma la cosa si risolve in fretta e senza danni. I comprimari sono tra i peggiori della serie fino a ora. Sia Polychrome che Button-Bright non aggiungono nulla alla storia. La prima è carina carina, ma tanto carina, balla sempre e mangia goccie di rugiada. Ma è tanto carina. Ho già detto che è carina?

E si droga
Button-Bright povero ha qualche ritardo mentale che lo porta a rispondere "Non lo so." a ogni domanda gli venga fatta. Personaggio completamente inutile.


E arriviamo allo Shaggy Man, l'Uomo Ispido, nome dovuto al suo look sempre arruffato.
Ecco lui è l'unico lontanamente simile a un personaggio decente, all'inizio ha anzi un'aria inquietante. Attacca bottone con Dorothy per strada e le chiede di accompagnarlo per un tratto di strada, Dorothy non ha nessuna remora a fare due passi con lui anche perché lo Shaggy Man possiede il magnete dell'amore, un talismano che porta chiunque lo incontri ad amarlo.

SCAPPA DOROTHY!
Un vecchio maniaco stupratore pedofilo? Sì, buonanotte. Arrivato a Oz e ospite di Ozma con gli altri, rifletterà un po' sulla sua vita e deciderà di fermarsi. Lo ritroveremo in molte opere successive.

Ogni persona è buona a Oz, ogni cosa giusta, ogni amico è "il più caro che avessero mai incontrato", ogni fanciulla è la più bella. Non c'è il minimo mordente e l'impressione è quella che Baum fosse ormai stanco di tutta la baracca e volesse muoversi a progetti diversi, ma, costretto per motivi editoriali ad andare avanti con la manfrina, abbia approfittato della situazione per infilare qua e là personaggi di altre sue opere. Al banchetto di Ozma infatti fanno la loro comparsa anche la regina Zixi di Ix, John Dough e Santa Claus (sigh), tutti personaggi di altre opere di Baum oscurati dalla fama di Oz. Nell'introduzione lo stesso autore ci informa di averne le palle piene aver ricevuto un urgente dispaccio dalla Città di Smeraldo:

Since this book was written I have received some very remarkable News from The Land of Oz, which has greatly astonished me. I believe it will astonish you, too, my dears, when you hear it. But it is such a long and exciting story that it must be saved for another book—and perhaps that book will be the last story that will ever be told about the Land of Oz.
 
Sì certo, l'ultima storia
In tutto ciò tre parti mi hanno strappato un mezzo sorriso. Due sono freddure un po' tristi di quelle che adoro (i giapponesi le chiamano oyaji gyagu, "battute da vecchio").
La prima è nel dialogo tra Dorothy e lo Shaggy Man, quando i due si perdono nell'intrico di strade apparse improvvisamente in quello che credevano essere il Kansas.
"These roads are all strange—and what a lot of them there are! Where do you suppose they all go to?"
"Roads," observed the shaggy man, "don't go anywhere. They stay in one place, so folks can walk on them."
La seconda vede lo Shaggy Man alle prese con Dox, il re delle volpi.
"So—so," said the King, looking at them keenly. "What brought you here, strangers?"
"Our legs, may it please your Royal Hairiness," replied the shaggy man.
 Ba dum tss! Poi nella parte finale, durante la parata per il compleanno di Ozma
Another band followed, this time the Tin Band of the Emperor of the Winkies, playing a beautiful march called, "There's No Plate Like Tin."
che è una palese parodia di "There's no place like home." del primo libro.
 A parte ciò tutto il resto è da dimenticare. La tensione è così bassa che non si riesce neanche a odiare i soliti odiosi. Sono arrivato alla fine da una parte perché il libro è molto breve, dall'altra perché spero sempre che tutti questi racconti siano come una lunga introduzione, la fase preparatoria di un grande disegno pronto a fiorire nelle successive opere di Baum.

Ma forse mi illudo.