sabato 11 ottobre 2014

Nuntio vobis gaudium magnum

Habemus vinum japonicus piaciutum Tonariis!
Ahah vabbé diciamo che di bottiglie decenti ne avevo già incontrate, ma finalmente ho trovato un vino che posso consigliare senza riserve.


2013 Unwooded Nagano Chardonnay di Chateau Mercian, il primo a destra nella foto. Anche il Muscat Bailey-A e soprattutto il Koshu Gris de Gris non hanno sfigurato (buona idea la macerazione sulle bucce), ma lo Chardonnay mi ha davvero stupito.
Naso molto incisivo con aromi tropicali di banana e ananas, mela verde e pompelmo, insieme a una ben dosata mineralità (sassi bagnati) e a un leggero accento di miele. Annusandolo e riannusandolo mi ha ricordato il Macon-Village di Domaine de La Bongran, dove il produttore è solito lasciare insieme agli acini sani anche alcuni affetti da botrite. Sostenuto da una buona acidità, mostra però un certo spessore e un corpo relativamente cicciotto e soddisfacente.
Finalmente un buon vino dal rapporto qualità-prezzo ragionevole (2500-3000 yen, per me ci possono stare).

E la cosa mi ridà un po' di fiducia nei confronti del vino giapponese, forse pian piano anche questo Paese comincia a maturare dal punto di vista enologico. Certo l'arcipelago non  è avvantaggiato da fattori culturali e climatici, ma per essere un Paese tradizionalmente non produttore di vino e non toccato dalla colonizzazione europea i risultati sono più che buoni. Anche il mercato sembra aver superato la fase bifolco arricchito che non capisce una fava ma compra Chateau Margaux perché fa figo (stadio in cui si trovano ora i cinesi) e c'è una curiosità più genuina nei confronti della nostra amata bevanda.
Curiosità che paradossalmente è invece quasi assente per la birra: l'alcolico biondo che fa impazzire il mondo (non il crodino) è il più bevuto in Giappone, ma la stragrande maggioranza dei consumatori trinca appunto solo lager o pilsner, senza sapere neanche cosa stia effettivamente bevendo. Doppelbock, Schwarzbier o Altbier sono quasi sconosciute, le Stout e le Ale hanno un limitato seguito nei pub inglesi e irlandesi, ma leccornie come Indian Pale Ale, Weissbier (tedesche e belghe) o Porter sono un mercato di nicchia. Una volta, in un noto supermercato di Kobe (Ikari), sono passato davanti ad un piccolo stand di degustazione di birra artigianale italiana: la ragazza dello staff, eccitatissima, ha preso a raccontarmi di come fino a quel giorno avesse creduto che le uniche birre buone fossero quelle giapponesi. Buonanotte eh! E questo nonostante sia pieno di ottime microbreweries giapponesi.
Alla birra insomma non è data la dignità che meriterebbe, la televisione ne veicola un'immagine unicamente da bevanda dissetante da ingurgitare tutto d'un fiato dopo l'ofuro o durante un barbecue (glulgluglu aaaaaaah). E quando le vedo mi viene una certa tristezza.

Ma torniamo al vino. Una mano forse l'hanno data anche alcuni manga, in particolare Kami no Shizuku o Sommelière. Personalmente ci ho provato a leggerli, e danno anche informazioni utili, però mi fanno troppo incazzare: mentre io sono lì che sputo sangue per capire alla cieca la differeza tra un Sylvaner e un Muller-Thurgau, devo sorbirmi le storie di questi genietti del cazzo che poco più che ventenni ti riconoscono varietà, Paese, regione, produttore, anno, gruppo sanguigno del viticoltore e compleanno della persona che ha raccolto l'acino finito dentro al vino nel bicchiere.


Figlia mia, ma che vita hai vissuto? Hai bevuto borgogna sin dalla culla? Nel biberon c'era Meursault? Come stracazzo è possibile tutto ciò? Capisco riconoscere il Pinot Noir, capisco al limite indovinarne la regione, ma l'anno, il villaggio e il produttore (più o meno)? Questo è l'Holly e Benji del vino, solo che mentre su Holly e Benji i tiri scappellati sono talmente bizzarri da risultare palesemente finti, qui qualche sempliciotto potrebbe anche pensare che sia possibile per un sommelier riconoscere perfettamente quanto è versato nel bicchiere.
Anche Kami no Shizuku ha la sua bella dose di cazzate e il drama forse è pure peggio. Poi ripeto: si ricavano anche delle informazioni interessanti, ma che fatica.

Uh ma quanto ho scritto e sì che eravamo partiti dall'Unwooded Chardonnay. Vabbé insomma se lo trovate bevetelo, per quanto mi riguarda insieme al Koshu di Aruga Buranka è il miglior indigeno che abbia provato sinora.
Sono ancora un po' indeciso sulla convenienza di mettersi seriamente ad analizzare il vino giapponese (non esistono studi in inglese e potrebbe valerne la pena), ma di certo vini come questi sono incoraggianti.




1 commento:

  1. A me sfagiolano parecchio anche le "blanche" francesi......

    RispondiElimina